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Anonimo ha chiesto: dove diavolo l'hai beccata quella locandina dei civic civil?
ehm, veramente non trovando nulla di decente in giro l’ho creata io. con paint. dici che ho un futuro più come grafico che come giornalista?
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Fuck Youth: a sorpresa sono venuto a sapere di questo live, se vi trovate a passare cercate il Drowning con la barba. Oggi molto… per cavoli suoi.
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scrivo quindi appaio.
Penso da sempre che la scrittura soggettiva e autobiografica sia da incoraggiare, anche in letteratura non solo su blog, contro il dogma del progetto e dell’architettura romanzesca. Non è solo una predilezione per quella “irruzione della vita nello scritto”, di cui parlava Walter Benjamin a proposito delle lettere. Le Confessioni di Agostino, oltre la divisione tra laici e cattolici, insegnano che una vita raccontata è una vita che si salva, e viceversa una vita incapace di raccontarsi è una vita sommersa o dannata. Raccontarsi accresce la consapevolezza anche della vita degli altri, aumenta la soglia di attenzione nei confronti della realtà e del sociale, e di conseguenza l’empatia, la capacità di sentire quello che sentono gli altri. Insomma, allargare l’area letteraria del raccontabile, di ciò che è degno di essere narrato, equivale ad allargare l’area della consapevolezza e della vita.
Ricordo una critica intelligente di Franco Cordelli sul rischio di una retorica dell’intimo e dell’autenticità in certi romanzi incentrati sul parlare di sé. Cordelli mi viene in soccorso oggi a proposito del dilagare di una scrittura che del gesto letterario ha deposto ogni responsabilità e autorialità, e il cui carattere autoreferenziale ed egocentrato è in realtà impersonale, spettacolo di un sé vuoto e intercambiabile con altri. Il teatrino dello scrivere si trova in molti blog che poi non dicono nulla, così come, con altre iscrizioni (le immagini), su You Tube. Diventando invece libro (vari editori passano in rassegna i blog per inventare qualche successo) diventa letteratura-spazzatura. Cosa succede allora quando lo scrivere stesso risulta inquinato alle radici, e si trasforma in posa, restringendo e oscurando il mondo invece di dilatarlo, seppellendo perfino chi scrive sotto una serie di cliché che non fanno vedere né conoscere niente?
Il mio orizzonte di scrittura soggettiva (tra i cui annovero autori diversissimi e lontani, da Maurizio Blatto a Richard Brautigan a Luciano De Crescenzo) non prevedeva che l’ultima trovata del marketing editoriale fosse una versione cartacea e noiosa del peep show, il buco della serratura dei quartieri a luci rosse. Come le varianti e le imitazioni del già mediocre diario di Melissa P., per conoscenza personale furbissima ragazza, spirito schiettamente imprenditoriale, ma pessima studentessa d’italiano, che ha inaugurato il genere delle “memorie delle esperienze sessuali delle adolescenti” e simili, dando il via ad altri filoni congeneri. L’esibizionismo di chi non ha niente da far vedere (perché per far vedere occorre prima di tutto saper vedere e avere visto, e per raccontare un’esperienza bisogna innanzitutto saper riconoscere un’esperienza, e saperla raccontare a se stessi) si incontra con il voyeurismo di chi non sa vedere, e che forse a guardare il mondo ha già rinunciato senza saperlo. Inutile dire che si tratta sempre di successi commerciali. Inutile anche dire, almeno spero, che non sto stigmatizzando il supposto contenuto scabroso di queste narrazioni, anzi, lamento al contrario l’assenza di un contenuto, di un’emozione, di una storia di cui il mondo fosse privo prima della loro messa in commercio, o che possa fare da cassa di risonanza facendo scattare un riconoscimento nei lettori.
Mi chiedo perché le persone detenute a Perugia, indagate per un omicidio efferato (un italiano, una statunitense, un ivoriano), invece di parlare ai magistrati stendano pagine su pagine di memoriali, e li scrivano per non dire niente, tranne mediocrità e generalità che non rivelano niente di se stessi, né lo rivelano a loro stessi. Amanda Knox ha scritto decine e decine di pagine che ha intitolato “My prison” (Le Mie Prigioni, traduco con involontaria citazione risorgimentale). Il suo partner Raffaele Sollecito ha anch’egli scritto in cella, col titolo più spiazzante di “Appunti di Viaggio”. E così Rudy Hermann Guede. Parlano superficialmente di tutto, ma non dell’omicidio che li vede lì, in un carcere (e pronti a tornarci). Commentano, non descrivono. Lontani anni luce dal famoso memoriale dell’Ottocento pubblicato da Michel Foucault, “Io Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella, mio fratello…” (Foucault, non a caso, era specialista della formazione della soggettività).
Non c’è ovviamente solo il delitto di Perugia. Sul piano poliziesco (e se vogliamo anche sul piano della sua rappresentazione, il noir, oggi così gettonato dagli scrittori e dal pubblico) si assiste all’anomalia di imputati che sistematicamente non parlano e non confessano. Il paesaggio criminale che essi disegnano è lontano anni luce anche da quello raccontato da Georges Simenon o Rex Stout. Al procedimento empatico dei loro personaggi, il commissario Maigret e Nero Wolfe, al reciproco sfinimento del faccia-a-faccia che conducevano coi sospetti colpevoli (che approdava a un’accettazione della colpa e al racconto di sé) si è sostituita la tecnologica freddezza del RIS, del CSA e del LVMPD, dove l’omicida viene scoperto attraverso il Dna rilevato sul tablet lasciato vicino il Suv. Non si tratta di contrapporre metodi di indagine, né di svalutarne alcuno. Rilevo solo come il ritrarsi della confessione e dell’empatia anche nelle indagini poliziesche attesti un più generale dileguarsi della responsabilità, della consapevolezza, se vogliamo addirittura della famosa coscienza di sé. In fondo, il faccia-a-faccia è sparito perché pochi, oggi, sanno effettivamente guardarsi in faccia.
Sulla questione del gesto antico della “confessione di sé” che da Agostino si tramanda fino al filosofo Denis de Rougemont (il suo “Diario di un Intellettuale Disoccupato” è stato un must del mio periodo universitario) si potrebbero fare e disfare mille pagine di filosofia da salotto. Ma non è certo questa la sede più adatta per simili completismi. Tornando quindi ai memoriali di oggi, un capitolo a sé è costituito dalle cosiddette “autobiografie rock”. Ecco, nel corso dello scorso anno, il 2O12, si è forse toccato l’apice per questo genere di pubblicazioni. Da Keith Richards a Brian Eno, passando per Ozzy Osbourne, Dave Mustaine, Shaun Ryder, Luke Haines, Bob Mould, Tony Iommi, Kristin Hersh… abbiamo letto in questi memoriali una scrittura soggettiva del tutto priva di soggetto, un monstrum di soggettività impersonale. Un io vuoto, una non-persona. L’atto (masturbatorio?) di ripercorrere di proprio pugno, dall’alto al basso (si parlava di masturbazione no?), quanto altri hanno già detto o scritto. Confermando “quella volta che ho pippato le ceneri di mio padre” o smentendo “quella love story con Bobbie Brown”. Spesso servendosi addirittura del “supporto” di giornalisti musicali in veste di biografi. Praticamente come se uno, andando a votare, si portasse nella cabina elettorale Ignazio La Russa credendo che quello poi se ne stia zitto e buono.
La domanda che mi pongo è specifica: che cosa è diventato oggi lo scrivere se coincide con un gesto esibizionistico e auto assolutorio equivalente a un filmato fatto col telefonino, al testimoniare il proprio passaggio con un graffio sulla fiancata di una macchina parcheggiata, o lasciare una traccia sul muro, una qualsiasi? In un articolo di Daniele Cianfriglia, l’ex leader degli Hüsker Dü Bob Mould dichiara a riguardo: “La pletora di ‘memories’ appare fisiologica in una fase storica in cui la musica vende meno e la riflessione sulla musica è diventata 2.O”. Possibile. Oppure la sua stessa riflessione ci rimanda al mondo dell’iperrealtà di cui parlava decenni fa il sociologo Jean Baudrillard, quando denunciava la sostituzione della realtà con una sua copia. Ultima maschera del capitalismo delle merci, dell’alienazione della specie. Anche l’arte e la letteratura quindi si estinguerebbero in un generico lasciare delle tracce (e la pulsione di morte inerente a quest’attività è materia per psicanalisti: mai come in questo periodo ci si sente in via di estinzione). C’è un bel film di Gus Van Sant, Paranoid Park. Racconta il senso di un colpa per un crimine commesso di un ragazzo, isolato dagli adulti (“pensano solo ai soldi”, dice un amico), e che affida alla scrittura il racconto della propria colpa, della propria azione. Nessun esibizionismo: scrive su una panchina solitaria, e una volta ultimato il racconto brucia i fogli all’aperto. Forse il vero scrivere è questo. Più simile al frastuono dell’albero che cade nella foresta, al profumo della ginestra sulla lava che nessuno può odorare, che non a quell’altra impermanenza senza qualità, la giostra dell’essere come puro apparire.
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prove tecniche di trasmissione per ipotizzare la voce “scaffalista” da qui a tre anni sul mio CV, pt.18
Sono fuori dall’ospedale San Camillo. Mi ritrovo a parlare con un ragazzo che come me aspetta il 719 per tornare a casa. E’ più giovane di me, ma non si direbbe di molto. Poco più che venticinquenne, con una faccia ancora da furbetto incorniciata da una folta capigliatura riccia e una barba biondina che lo fanno somigliare a un giovane Bacco. La discussione, come prevedibile in questi giorni di motoraduni capitolini, verte soprattutto sulla “pacifica” invasione degli harleysti a Roma.
- Lui: Stanotte era un continuo “BROOOOOM!!!!”.
- Io: Sì, anche a Ostia è stato così, e io abito dalla parte opposta al meeting.
- Lui: Va beh che a Ostia queste sono botte di culo!
- Io: …
- Lui: Quando vi ricapita di avere 3 mila persone per un evento?
- Io: Effettivamente, non saprei…
- Lui: Giusto se fate un concerto di Laura Pausini!
- Io: Veramente ogni estate ne vengono 25 mila da Roma gratis e, per quanto mi riguarda, la metà potrebbe restare a casa propria.
- Lui: Ma tu devi ragionare nell’ottica del turismo, del soldo. Immagina: migliaia e migliaia e migliaia persone! E poi al mondo c’è molto peggio di un concerto della Pausini sotto casa.
- Io: Tipo la mafia?
- Lui: Stanotte era un continuo “BROOOOOM!!!!”.
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Il caldo inizia a fare le prime vittime.
Io, 5 min. fa, sentendo un giornalista di Canale 5 definire il matrimonio tra Yoko Ono e John Lennon “il lungo e felice”. E’ durato 9 anni, è finito che gli hanno sparato, “lungo e felice”? Andiamo bene… -
Il Vangelo secondo Pier Paolo: Daniela and me at Pasolini’s murder site. A few days ago, Ostia beach.
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movimento 5 stelle, cadenti.
(Da cantare sulle note de La Canzone di Marinella di De André)
Questa dei 5 Stelle è la storia vera,
che scivolarono alle elezioni a primavera.
Ma il loro leader che li vedeva così belli,
gli disse scrivete “Abbiamo vinto!” sopra ai cartelli.
Soli con il ricordo di un’emozione
vissero a mala pena una stagione.
ma succubi di un re senza corona e senza scorta,
che aveva presto confuso la politica con la rivolta.
Bianchi come la neve erano i suoi capelli,
rossi come il sangue i suoi interventi,
loro lo seguirono senza una ragione,
più che per ideologia, come farebbe un gran coglione.
E se c’era un blog loro lo leggevano di sicuro,
lui passava le gionate tra gli “impiccati!” e i “vaffanculo!”.
E c’erano le manifestazioni e i comizi elettorali,
che come il Duce avrebbe potuto far dai davanzali.
Furono elezioni e furono scrutini,
poi furono soltanto i neo-grillini,
che videro aprirsi le porte della boulangerie parlamentare,
come dei morti di fame a cui è concesso di scroccare.
Dicono che poi mentre il tempo passava,
una puttanata dietro l’altra chiunque lì dentro combinava,
e alle Comunali la sconfitta fu una brutta botta,
come un cervo che prende a cornate una marmotta.
Questa dei 5 Stelle è la storia vera,
che scivolarono alle elezioni già a primavera.
e come previsto dai loro programmini,
vinsero giusto a Pomezia e ad Assemini.E come preivisto dai loro programmini,
vinsero giusto a Pomezia e ad Assemini. -
la vi(s)ta (non) è un senso.
Quando Alfred Leopold Isidor Kubin (Leitmeritz, 10 aprile 1877 – Zwickledt, 20 agosto 1959) iniziò a scrivere il romanzo L’Altra Parte era il 1908 e aveva 31 anni. La sua prima esposizione, tenutasi nel 1902 presso la stimata galleria Cassirer di Berlino, aveva suscitato l’interesse della critica e procurato un incontro importante a Alfred Leopold Isidor Kubin (perdonatemi, è troppo bello per non scriverlo per intero), quello con il collezionista Hans von Weber, che oltre ad acquistare 48 opere, l’anno seguente avrebbe pubblicato una cartella di disegni che diede all’artista boemo una considerevole notorietà.

(The Swamp, 1902 - 1903)
Se da una parte l’artista constatava ora come il suo disegno mostrasse una mano più sicura e felice, dall’altra sentiva mancare quel violento desiderio creativo al quale era abituato e senza il quale non si sentiva in grado di lavorare. Per uscire da questa triste disposizione di spirito, durante l’estate precedente a quel fortunato anno Kubin partì per un viaggio nel nord dell’Italia e a Venezia, in compagnia dell’amico Fritz von Hermanowsky. Rientrato nella sua casa a Zwickledt, nella valle dell’Inn, pieno di fervore e idee, si accorse di come fosse “incapace di disegnare dei tratti significativi e coerenti”. Nel tentativo di trovare sollievo da quello stato d’animo angoscioso, gli venne in mente di annotare per iscritto le sue visioni immaginando una storia che le legasse a un racconto. “Da allora”, ricorda Kubin, “le indee affluirono al mio spirito e giorno e notte mi eccitavano al lavoro e in sole dodici settimane avevo scritto il mio romanzo fantastico: L’Altra Parte”. Nelle quattro settimane seguenti, Kubin realizzò le illustrazioni del libro che l’anno successivo venne pubblicato dall’editore Georg Müller riportando testimonianze di approvazione. “Che io abbia scritto invece di disegnare”, notava lo stesso Kubin, “era nella natura delle cose, poiché la scrittura era il mezzo migliore, in quel momento, per liberarmi più rapidamente dalle idee che mi tormentavano”.
Die Andere Seite, in italiano L’Altra Parte - Un Romanzo Fantastico, come lo aveva definito l’autore nel sottotitolo, apparve così accompagnato da cinquantadue disegni. Tuttavia, basterebbe leggere i soli titoli della sua breve produzione, per capire il taglio dell’opera di Kubin: The Looking Box (del 1925), Of the Desk of a Draughtsman (del 1939), Adventure of an Indication Feather/Spring (del 1941), Sober Balladen (del 1949), Evening-red (del 1950), Fantasies In The Boehmerwald (del 1951) e l’ultimo Daemons and Night Faces (nell’anno della sua scoparsa, il 1959). Tutti sulla propria opera, più un’autobiografia. Per la tematica della sua arte figurativa, Kubin è stato eletto da gente che ne capisce più di me tra i profeti della “Finis Austriae”. Alcuni hanno visto in Perla e nel Regno del Sogno un’allegoria della fine dell’impero asburgico. “In effetti”, scriveva Kubin in una lettera del 9 aprile 1938 allo scrittore Ernst Junger, “sembra che io sia stato il primo e una specie di artista-becchino della vecchia Austria regia e imperiale”. Eppure il suo valore artistico si è protratto fino ai giorni nostri influenzando di sicuro anche insospettabili contemporanei; da Gerald Scarfe (si vedano a tal proposito le sue illustrazioni per The Wall dei Pink Floyd) ad Hans Ruedi Giger. Per questa sua propensione “bilaterale” è stato definito artista-scrittore. E del resto, la sua opera, sia scritta che disegnata, si mostra come un’interrotta narrazione dove si avvicendano avvenimenti biografici e fantasmi del suo torturato mondo interiore (figlio di una ex pianista morta di tisi quando lui aveva solo 1O anni, ne ereditò una conclamata alterazione psichica patologica).

(Paul Klee e Alfred Kubin - Dessau, 1931)
La “scrittura disegnata” della sua opera grafica, questa Psicografia ante litteram, era per per il bel Alfred Leopold Isidor Kubin la strada più immediata ed efficace del cammino verso l’interiorità, quella che gli permetteva di penetrare il proprio mondo fantastico, tormentato e pullulante di visioni, di sogni, di incubi, di visioni. “Al fondo delle cose”, aveva scritto nel 1928, “tutto è fantasia”. La fantasia quindi come essenza creatrice, fino alla sua identificazione con il destino e con il senso della vita stesso, attraversa tutta la produzione di Kubin. Come se soltanto l’immaginaizione più ardita, e non la razionalità, possa cogliere il significato profondo dell’esistenza umana. Sogni e incubi sono sofferenze delle quali Kubin non cerca di liberarsi disegnando e scrivendo, ma spesso li abbraccia come un “capitale artistico”, o come la definiva lui, una “ricca miniera i cui preziosi tesori attendono il minatore giusto” che riporti alla luce dell’arte sempre nuovi lati oscuri dell’anima. Il buon Dio ti abbia sempre in gloria, Alfred Leopold Isidor Kubin.
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gente comune.
Esistono molti tipi di gente. Secondo la prima definizione del dizionario Zingarelli [gèn-te] è un “sostantivo femminile atto a indicare l’insieme di persone in numero imprecisato: la piazza era piena di gente; c’è gente alla porta; le persone, gli altri in genere: tener conto dell’opinione della gente”. Poi ovviamente esistono svariati modi per aggettivare questa fantomatica gente. C’è la “povera gente”, magistralmente descritta nel primo romanzo di Fëdor Dostoevskij; c’è la “brava gente”, solitamente attribuita a quella parte della popolazione meno colta ma onesta e lavoratrice; c’è la “bella gente”, utilizzato anche nell’accezione negativo-ironica con una semplice inflessione della voce; e ancora la “gente di borgata” e la “gente di strada”, tanto cara a Pier Paolo Pasolini (ma anche a Franco Califano) e molta altra gente. Fateci caso: l’elenco completo potrebbe tranquillamente comporre da solo un post.
Capitolo a sé però lo fa senza ombra di dubbio la “gente comune”. Che poi, in teoria, sarebbe quella composta da persone come me e sicuramente molti di voi. In verità quasi tutti. A meno, insomma, di non avere un parente marajà o di essere il direttore di una testata in odor di mafia o in giro in Italia da oltre trent’anni. La gente comune di solito piace, questo è certo. Lo dimostrano di continuo una serie di sentence molto in voga, atte a delineare persone che di comune non hanno - o non dovrebbero avere - una beata fava. Accade così che Miss Italia venga descritta come “la ragazza della porta accanto” e Bruce Springsteen o, peggio ancora, Billie Joe Armstrong come eroe della “classe lavoratrice”. Poco conta che la vicina di casa comunemente intesa ha in media 6O anni e non ha mai nulla da prestarti perché la sua dieta oramai le vieta quasi tutto. Poco conta che il Boss fosse miliardario già a 25 anni e il cantante dei Green Day a 21. Il concetto stesso di “gente comune” piace, forse più del proverbiale pelo di figa.
Esiste una gioia che viene dall’essere considerati gente comune, di qualsiasi genere, specialmente quando poi non si hanno tutti quei problemi che questo tipo di status quotidianamente comporta, dalle bollette da pagare alla vicina arteriosclerotica e senza sale, che a volte appare quasi inspiegabile. E’ una soddisfazione speciale, che è sempre esistita ma che si è consolidata nel tempo con l’aumentare di contenitori pieni di promesse ma vacui di sostanza. Thelonious Sphere Monk, per contrasto, è l’esempio perfetto di un passato che oramai non c’è più. Immaginiamo che quando, nel 1963, concluse le registrazioni Monk’s Dream, rimirando il suo lavoro compiuto, di “sembrare come tutti gli altri” non c’abbia pensato lontanamente. Non a caso, già cinque anni prima, aveva chiamato un disco Thelonious Himself - Thelonious Monk in persona, proprio lui, non un altro - e il secondo addirittura The Unique. Come dite, tutto ciò vi appare come egocentrico e autocelebrativo? Probabile, ma ne riparliamo dopo che avrete scritto qualcosa di vagamente simile alla sua produzione di standard jazz. La bellezza dell’uomo Monk “non comune”, e consapevole di non esserlo è nell’essere ambivalente: tanto è il piacere provato da lui quanto è il nostro di aver vissuto in un Mondo che lo comprendesse, anzichenò. Medesimo discorso potrebbe esser fatto per altra gente come Klaus Kinski, Salvador Dalì, Ernest Hemingway e (vivadio) tanti altri.Una delle cose invece terribili successe di recente in Italia e forse all’umanità tutta è stata la progressiva scomparsa di questa verve egomaniaca, e di conseguenza la sempre maggiore tendenza a volare bassi nella società delle arti. Anzi, rasoterra. Ci pensavo questa mattina guardando i monitor nella stazione di Porta San Paolo; uno mi indicava 3 minuti di attesa per la successiva metro in direzione Rebibbia (5 per Conca D’Oro), mentre l’altro mi suggeriva la classifica dei dischi più “venduti” della settima. La personalità individuale, la nobile diversità soggettiva sembra essere definitivamente uscite dall’elenco delle cose necessarie per fare l’artista; col risultato che più che una classifica musicale sembra di leggere le disponibilità per la classica pizzata di fine anno, ora che le scuole si sono chiuse. Emma, Chiara e Francesca vengono sicuramente, essendo le prime segnate, Ottavio e Noemi già sono più titubanti, mentre Kesha e Adele mi sa che alla fine daranno buca. Scorro i dieci nomi e riesco a stento ad associarli a un volto noto che non sia di un parente o un’amica, così quando arrivo a Marco Carta è come se leggessi Kurt Cobain. Non so se mi spiego.
Mina (ossia Mina Anna Mazzini) è stata forse la prima in Italia, negli anni ‘5p, ad abbattere l’idea canonica del nome & cognome (poi ci pensò la stampa a ribattezzarla “La Tigre di Cremona” nello zoo canoro di quegli anni) dichiarando: “Mi hanno sempre chiamato Mina, quindi sono per tutti Mina”. Motivazioni simili sono state date, nel corso degli anni, da molti altri artisti (si pensi a Giorgia), ma la tendenza è sempre stata quella del nome d’arte o quanto meno del nome + cognome. Persino uno come Filippo Neviani, che nelle sue canzoni certo non ha mai brillato per estro e profondità, ha deciso di optare per uno scoppiettante Nek. Infatti, oltre a tutelare grazie alla legge sul diritto d’autore in modo diverso, rispetto all’utilizzo del nome proprio di persona, è una scelta che fino al XIX secolo ha caratterizzato una concezione privilegiata dell’essere artisti. E il fulcro della faccenda forse risiede qui: nel fatto che non ci sono più né autori né artisti. Allora, però, verrebbe da chiedersi come mai, se sono usciti da format dove ci hanno ripetuto per mesi che erano speciali, perché avevano un fantomatico “x factor”, un cromosoma canterino che ce la metteva in quel posto a tutti noi comuni mortali condannati a cantare in eterno Pupo sotto la doccia… perché ora recitano la parte della gente comune.
D’accordo, io lo so bene che Karima è molto più vicina a una commessa dell’Oviesse che ad Aretha Frankin, e che Moreno o Virginio non salverebbero la musica in Italia nemmeno se si chiamassero Akeem Joffry Joffer 3°. Così come mi piacerebbe moltissimo illudermi e illudervi che si tratti del mea culpa di chi si è reso conto che gli studi televisivi Rai o Mediaset non sono propriamente come la realtà musicale di tutti i giorni. Ma non posso dirlo. Perché questa gente ci crede sul serio: sia di avere un “x-factor” sia di essere gente comune - una capriola di senso mica da ridere. Perché la verità vera è che queste sono tutte considerazioni di un sub-adulto (espressione presa in prestito da un documentario di Piero Angela) che inizia a credere che sia immensamente faticoso e, come abbiamo visto più volte assieme, non sempre gratificante, puntare il dito dove va puntato. Perché purtroppo il mondo non collabora affatto e anzi spesso rema contro. La mediocrità regna indiscussa e si tende a volare via, a tirare avanti con il minimo sforzo, che poi tanto (e qui risiede la vera chiave del dramma) stiamo parlando “solo di musica”.
CANZONE CONSIGLIATA: Opterei per una canzone-simbolo di un’artista-simbolo. Persino una natia di Valeggio sul Mincio (che più di una località in provincia di Verona, sembra una confessione imbarazzante di una escort), avvertì la necessità di non sentirsi unica. Spagna, per rimediare all’errore di sembrare troppo eccentrica negli 8O’s, nel ‘95 spanzò con il ritrovato nome Ivana l’epocale “Gente Come Noi” (che, per la cronaca, vendette oltre 4OO mila copie). Recita il testo: “Gente come noi - che non sta più insieme - ma che come noi - ancora si vuol bene”. Ehm, sì, ma noi chi?

