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cabine.

Le cose cambiano, come diceva il titolo di un film di David Mamet, alcune volte invece “Le cose finiscono”, e quando succede è brutto, semplice così.
Solamente se le cose in questione ti piacciono, ovviamente, ma se si tratta di qualcosa di fastidioso, tipo Love, una porcheria di film porno-psicologico argentino di qualche anno fa, che ebbe pure la pretesa di uscire in 3D in seno a non so quale turbe di Gaspar Noé, il cui unico pregio è quello appunto di finire, vi assicuro che è una cosa positiva. Durante una proiezione serale per fuggire da una casa ancora sprovvista di allaccio a internet, ho lottato per sfuggire all'abbraccio di Morfeo raggiungendo una pressione cardiaca stabile sui valori del geco: undici/quaranta.
Quando però a finire sono le storie d'amore, non c'è “d'altro canto” che tenga, il bicchiere non è né mezzo pieno, né mezzo vuoto, il bicchiere non c'è più e basta.
La mia prima ragazza era una studentessa universitaria dai capelli ricci di un castano scuro teso al rosso, un colore mai più visto in natura, che ricordava il pelo di certi felini e che una volta qualcuno mi definì tipico delle ragazze trasteverine d'un tempo. Andavo al liceo, quindi facevamo quello che fanno di solito un'universitaria e un liceale con una casa libera, e poi ogni tanto studiavamo. Durante l'inverno trascorso con lei, mi portò per la prima volta all'estero in treno, che non è proprio come raggiungere una meta in aereo, è qualcosa che riempie tutti i sensi e ti si piazza lì per sempre. Le sarò estremamente grato per questo.
Quando, sulle note di “Andrea” di De Andrè (Andrea aveva un amore, riccioli neri / Andrea aveva un dolore, riccioli neri) le sorrisi dal bancone del negozio di dischi dove lavoravo come garzone di bottega, non prestai molta attenzione alle parole, altrimenti avrei letto tra le righe la profezia, ossia la promessa di dolore che i suoi riccioli mi avrebbero causato.
Qualche anno dopo se ne andò a proseguire gli studi a Napoli, da un “amico”, un tizio più grande di me, inevitabilmente più ricco e con un'apparente brillante carriera davanti a sé nel campo medico o dietetico o entrambe le cose, fascista da fare schifo. Lasciato per un uomo pieno di autostima, con le sopracciglia di una ballerina classica e simpatie per la destra più radicale, una variante che per mia grande fortuna non è mai diventata una costante tra le mie ex.Una sera mi chiamò a casa, non esistevano i telefonini allora o comunque io non ne possedevo certo uno, per dirmi che era finita, che “una pausa” sarebbe stata solo illusoria e poi riagganciò, ma come sempre succede in questi casi dalle parti dell'adolescenza e, qualche volta, anche molto più in là con gli anni, a me non bastava, volevo che mi spiegasse bene il motivo, dove avevo sbagliato.
L'unica alternativa a un improbabile viaggio a Napoli con la macchina che non avevo, era chiamarla a casa del “amico”. Era sera, faceva freddo e la pioggia iniziava a cadere. Ok, forse non è vero che stesse iniziando a piovere e francamente non ricordo le minime di quell'anno, ma che fosse buio lo ricordo bene perché la cabina vicino la vecchia farmacia dei Promontori aveva sempre la sua bella lampadina guasta e, dall'imbrunire in avanti, comporre i numeri di telefono aveva a prescindere un qualcosa di tragico e parigino in sé.
Rispose lui, qualche istante di silenzio ed ecco la voce della mia neo ex-ragazza.Le chiesi cosa stesse succedendo, cosa avessi fatto, volevo capire perché fosse tutto finito. Mentre parlavo già sapevo che qualunque risposta sarebbe stata ancora più definitiva della sua telefonata precedente, ci sono errori che si imparano mentre li stai facendo. Chiedere alla tua ragazza quelle che sono più a fondo le ragioni per cui ti sta mollando è una di quelle genialate che solo i maschi sono in grado di concepire. A loro basterebbe mollarti, tu vuoi che infieriscano. Così, mentre lei si prodigava in un elenco capillare di tutti i miei difetti e di tutte le mie mancanze, vere o presunte, io mi ricordai di un vecchio concerto con una vecchia canzone di Paolo Conte che ben presto divenne una delle mie preferite del suo repertorio, mai approfondito in verità. Blue Haways dal album Paris Milonga del 1981. Una delle canzoni con il titolo più storpiato di tutte quelle che io possa ricordare: Blue Hawaii, Blue Haway, Blu Away… se vi capita di cercarla in rete c’è da divertirsi. Le prime parole già spiegano tutto.
“Cercavo una donna / e ho trovato una commedia”
Sono aggrappato alla cornetta di un telefono pubblico, illuminato dalle luci delle macchine che mi hanno aiutato a comporre il numero in una notte buia e (forse) fredda. Come un naufrago in mezzo alla tempesta, a cercare di capire perché che non si spiegano, lei è a pochi chilometri di distanza, ma lontanissima nel tempo e nello spazio. La sua voce è sempre più lontana, dice cose che ovviamente non capisco, che ovviamente non vorrei sentire. Se veramente avesse piovuto, la pioggia me la vedo cadere di sbieco, frustare la cabina, colpire i vetri e scendere come ruscelli verticali, come lacrime. Aumentando il suo battito, fino a coprire la voce di lei, sempre più flebile.
Nella mia testa ancora Conte, che mi bisbiglia ora come allora all'orecchio con quella sua voce da crooner navigato:
“Si, tu parlavi difficile/ Come fa l'Europa quando piove
e si ritorna a dipingere / le isole del sogno
Io non sapevo risponderti / perché ascoltavo la pioggia”Dopo quella telefonata ci sentimmo un altro paio di volte, poi non ebbi più sue notizie, fino a una manciata di anni fa. Ci incontrammo sulla metro B e fu bello ritrovarla con quei suoi capelli strani come le donne trasteverine di tanti anni fa. Lei mi raccontò tutto quello che aveva fatto in quel'arco di tempo, io, col solito fairplay che mi contraddistingue da sempre, le chiesi che fine avesse fatto il fascio. Lei mi disse che l'aveva lasciato poche settimane dopo quella nostra telefonata, ribadendo il concetto dell'inutilità della chiamata. Lo avessi saputo in tempo reale, probabilmente sarei corso a Napoli pure in bicicletta, e le avrei attaccato una prosopopea infinita sui “ben ti sta” e sul “tempo che aggiusta le cose” che (probabilmente) me l'avrebbe fatta perdere del tutto, e invece mi sorpresi quasi indifferente, felice di quel incontro fortuito, e nulla più.
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dopodomani smetto.

Mentre scrivo gira la notizia che, alle cinque date annunciate, il Fabrique di Milano ospiterà per altre due notti J-Ax e i redivivi Articolo 31. In poche parole, circa 2O mila persone avrebbero già deciso di pagare un obolo non leggero (45€ sui canali ufficiali) per festeggiare i 25 anni di carriera dell’ex di Fedez. “Non voglio prendere per il culo nessuno“, aveva messo le mani avanti J-Ax nel solito slang da finto trasgressivo e finto giovane - inconsciamente ammettendo che da solista col cavolo sarebbe riuscito a riempire San Siro. Poi il colpo di genio: dopo la pietra tombale (”E’ la fine per gli Articolo 31, non c'è possibilità di riunirci”), riciccia gli Articolo 31 come mia madre i broccoli. Promesse di rapper. Fiumi di parole, olio bollente che per anni si erano versati addosso Alessandro Aleotti da Milano col fu Vito Perrini da Bollate, reciproche accuse di verginità perdute, di astuzie di bassa lega, di carriere mandate in vacca per la grana e basta, senza sottrarsi a meschinità personali di stampo piccolo borghese.
Eppure.
Sbagliavano entrambi. Perché, a essere un po’ onesti, di purezza negli Articolo ce n'era poca fino dall'inizio, in quei primi Anni 9O quando il rap, perfino quello “spaghetti”, poteva sembrare una faccenda con qualche velleità contenutistica, nell’Italia ancora ebbra di Lambade. Non l'epica stradaiola degli Stati Uniti, d'accordo, ma insomma quella periferica senza i romanticismi delle Pausini, del disagio senza le derive dei Ramazzotti, di motivi per fare e supportare l’embrionale hip-hop culture volendo non ne mancavano neppure qui, nella provincia dell'impero. Non per loro però. Non per gli Articolo che da subito ne fecero un pretesto, un trampolino per “fare soldi per fare soldi per fare soldi”: nome farlocco (non esiste nessun Articolo 31 in Irlanda che parli di libertà d’espressione), spigoli smussati e filastrocche che potevano suonare figliocce del gioco sui piatti del giradischi, del freestyle, l'improvvisazione dei versi, per una platea già meno hip e sempre più pop adolescenziale - allora non esisteva l'etimo “bimbiminchia”. Hip-pop dove il gioco della battuta sconcia, “Dai tocca qui”, del citazionismo rétro spicciolo, “Oh mamma mi ci vuol la fidanzata”, era losco perché non serviva a nobilitare composizioni originali ma a riempirle di esche per fare abboccare quanti più pesci possibili. Così, in un parallelismo ittico, laddove in America si usava la tecnica col vivo, dove l’esca adoperata è una sola ma viva e di qualità, per far avvicinare un numero limitato di pesci ma di razza; gli Articolo usavano la tecnica del palamito: con esche di ogni risma fatte con pesci vivi e morti, molluschi e perfino vermi e crostacei. Così, negli stessi anni, se dall’altra parte dell'Oceano si campionavano brani di scuola Motown Records o di jazzisti minori come Jimmy McGriff o Freddie Hubbard, gli Articolo buttavano sul piatto uno swingetto noto alle mamme e piacevole per le figlie e il gioco era fatto. “Massimo risultato col minimo sforzo”, si diceva allora.
(Fino a climax come quello della “Maria”, innocuo inno pro-canne per ragazzetti benestanti che faceva ridere/piangere tutti gli altri che erano appena usciti dai cult eroinomani di Carboni, Masini, Alice, e in cui poteva cascar giusto qualche pretino di quartiere che, ritenendola pericolosa, si metteva a polemizzare con i due che non cercavano altro. Seguito a ruota dal mantra di “Domani Smetto”, ennesimo crogiolo di luoghi comuni per pseudo-ribelli e dichiarazione d’intenti in salsa pop-punk come da cliché del tempo (a.D. 2OO2: annus orribili in cui sdoganammo Sum 41, Avrile Lavigne, Good Charlotte, etc.) che adombrò solo gli ultimi quattro che dagli Articolo 31 si aspettavano chissà quale botta di reni. Intramezzati da “Senza Filtro”, film che li vedeva come protagonisti e non si vergognava d’essere brutto purché bastevole per intortare orde di under 18.)
Nonostante ciò, il successo arriva, in forma di Festivalbar e tv pressappochista, dove i due baldi giovani si presentavano al meglio delle loro possibilità: J-Ax di una goffagine imbarazzante in completi due volte più grandi di lui e nemmeno un etto dello stile di uno Shakur, bastoni da passeggio tenuti con l’eleganza di Gargamella e bandane per camuffare la calvizie imminente; Dj Jad di spalla, a scratchare in playback e fare breakdance come chiunque dopo una birra di troppo. Su tutto: i giochi di parole scontati, le rime da SMS, quella spocchia da lingua di fuori, quel bullismo idiota da schiaffo del soldato, da finti-uomini che indisponeva anche un dinosauro come Celentano che li definì “ragazzini che rompono i coglioni col rap”. Lui che il rap se l’era inventato ancora prima di sapere si chiamasse così, nel 1973 e senza rompere i coglioni a nessuno. Altra manna dal cielo! Altro buzz, altre ospitate in programmi da Non è la Rai in su, dove si presentano già pronti alla ballata adolescenziale. E così finiscono per essere sempre più ospiti, personaggi televisivi a tutto tondo che rapper, fino a rendersi conto che non c'è più acqua nel loro mare. Difatti si mollano.DJ Jad rientra nel suo brodo primordiale, ogni tanto azzarda qualcosa ma non decolla manco per finta; Ax, più scaltro, avvia una carriera di giudice ai talent, prima come ospite poi da titolare, fa l’opinionista (pure politico), la stellina pop fuori tempo massimo (qualcuno prima o poi scriverà qualcosa sulla supposta bellezza di Alessandro e io correrò a leggerla perché non sono mai riuscito a spiegarmela) e ritrova una seconda, lucrosa giovinezza prima da solo e poi di fianco al giovane-sul-serio Fedez, quasi un emulo. Si sbiadisce così del tutto qualsiasi illusione underground coi due che in perfetta sincronia con il tempo macinano affermazioni sempre più annacquate, un po’ filosofi un po’ immaturi, senza neppure darsi la pena di nascondere la contraddizione. Il botto arriva a San Siro, la scorsa estate: l'apoteosi di una pianificazione riuscita benissimo. Ma quello è il canto del cigno, già annunciato. “Italiana” non bissa “Vorrei Ma Non Posto” (in termini commerciali mainstream è un vero e proprio flop, con meno della metà delle copie downlodate) e le carriere dei rapper diversamente ribelli, quelli che appena possono si riproducono e si fanno l'attico coi giardini pensili, dura finché c'è da difendere il fatturato rap in crescita se no si ferma. Allora cosa di meglio che rispolverare la vecchia ragione sociale con la scusa di un qualche anniversario a caso? “Non voglio prendere per il culo nessuno”.
Sarà.Le date sono scritte in agenda: cinque per tastare il terreno, al quale pare se ne stiano aggiungendo altre a testimonianza che lo stratagemma ha funzionato. Pienone assicurato, canteranno pure “Voglio una Lurida” facendo finta che ci sia mancata sul serio. Così ci sarà qualcun altro che finirà per credere alla favoletta che l'hip hop in Italia sia nato con J-Ax e DJ Jad. Peccato che sia un falso come le treccine che si attaccava alla pelata Ax tormentato da irrisolte turbe tricologiche. E non si tratta di fare i duri e puri, si tratta di sapere la storia. Gli Articolo 31 (sup)portavano un rap (già) edulcorato e monetizzato da Claudio Cecchetto via-Jovanotti (lo strobazzatissimo ”Strada di Città” fu prodotto da Franco Godi, un creatore di jingle pubblicitari). Ma questo non vuol dire che non c'erano stati tentativi di rap che partiva e sperimentava dalle basi (e dai centri sociali, non dai microfoni di Radio Dee Jay). 1985: Fresh Press Crew. 1986: Raptus. 1988: Devastatin Posse. Ma a parte nomi e date, c'è un dato di fatto ineluttabile e che andrebbe detto senza vergogna da chi di dovere: quando uscirono, si era tutti d'accordo che fossero “Merda”. Quasi subito estromessi dal giro dei puristi, in fama di arrivisti, i due era dato per certo che recitassero e i loro pezzi erano fonte d'imbarazzo per chi seguiva la scena, non solo per gli amanti di altri generi. Erano, senza se e senza ma, l’equivalente pantomima di Steve Rogers che scimmiottava il sound alla Vasco con “Alzati la Gonna”. Non gli davi quattro lire, ai 31, e la gente che li ascoltava era la stessa che ascoltava gli 883. Gli altri, né i primi né i secondi, si asoltavano “Straniero Nella Mia Nazione” dei Sangue Misto o “Terra di Nessuno” degli Assati Frontali o “Rappesaglia” in cassetta di Lou X. Ora, come siamo arrivati a dovergli pure dire grazie, è la dimostrazione che J-Ax è riuscito a prenderci per il culo tutti.
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last night a book saved my life.
|libri belli per notti brutte|

La Vita Oggi
di Anthony Trollope
Sallerio Editore, 2O1O
Pubblicato nel 1875, questo di Trollope è il suo libro più voluminoso. L’edizione italiana, in due parti vendute assieme in un’elegante confezione, per poco non raggiunge le 12OO pagine. Tuttavia, non disperate. La suddivisione in capitoli, rigorosamente in numeri romani, arriva alla C - che sta per cento. Quindi, è facilmente intuibile che per ogni capitolo ci aggiriamo attorno alle 1O pagine. Il che, oltre a rendere la lettura meno ostica per chi è poco avvezzo ai libri che superano la sessantina di paggine, trasforma tutto dopo lo scoglio delle prime cento/duecento pagine in una sorta di serie tv ante litteram. La stessa rapidità di esecuzione che di solito spinge il telespettatore e/o l’internet-nauta a vedere una puntata dopo l’altra, fino a fare nottata, dietro un telefilm (mentre scrivo mi viene in mente Peaky Blinders) potrà essere che la ritroviate affascinate nella storia di Trollope. Ma non è soltanto questo l’elemento di contemporaneità. La Vita Oggi è un’ambiziosa satira sociale abientata negli anni 7O del 18OO, dove il protagonista truffaldino e con un passato oscuro, August Melmotte, presto si tramuta in scusa per sbugiardare la realtà di quegli anni, attraverso il volto, più o meno perbene, delle decine di co-protagonisti che un narratore onnisciente analizza in ogni afratto delle situazioni, delle vicende e degli stati d’animo. Così ne viene fuori il ritratto pungente di una società profondamente malata, sia sul piano economico, etico e morale, ma pure su quello intellettuale e giornalistico. Imbrigliata nelle proprie ipocrisie e nei propri giochi di potere. Una società che molto rappresenta quella che è la nostra vita oggi. -
uno scrittore geniale che non avremo mai più.

Nella primavera del 1999 mandai una cugina siculo-canadese esperta di pop svenevole e di mondanità in una libreria di Barnes & Noble a Montréal a caccia dell'autografo di uno scrittore. Il mio scrittore vivente preferito presentava una ristampa del suo primo successo editoriale, e anche se abitavo letteralmente dall’altra parte del mondo, mi sono accorto che volevo comunque un autografo vero e proprio su un suo libro vero e proprio da poter mettere su un mio ripiano vero e proprio. Dato che in quel momento guadagnavo una miseria (non che ora io guadagni chissachè, ma non poco quanto allora) non potevo andare di certo di persona alla presentazione, e mi vergognavo anche un po’ d’essere tra i pochi a farne nome in un periodo in cui i miei compagni del liceo, mi ricordo, stravedevano per autori come Isabella Santacroce o Alessandro Baricco. Mia cugina, invece, a prezzo di un certo sacrificio ha vuotato l'amaro calice di non poter proporre ai suoi amici la presentazione di un nuovo libro di Wilbur Smith, primo nelle vendite già allora, e ha accettato di andar al mio posto. La Ragazza dai Capelli Strani (Girl with Curious Hair, in orginale suona anche meglio) era stata, nel 1989, la prima memorabile raccolta di suoi racconti. La messa in fila di una decina di perle. Da quella volta, quel libro, verrà ristampato in almeno altre cinque o sei occasioni soltanto in Italia - sempre dalla Minumum Fax.
Il giorno dopo l’appuntamento era a un’ora improbabile su MSN (per qualcuno di voi come dire l’Alto Mesozioico). Le ho chiesto un resoconto della serata: “Il posto era pieno che non ci si poteva muovere… e poi è arrivato lui“ “Com’ era vestito?” “Mmmh.. aveva una specie di camicia da matematico? Anzi, aveva una camicia da prof di matematica, hai presente, con le maniche corte?“ “Ma aveva pure le penne nel taschino?“ “No, niente penne!”. “😛” “😁” “E poi che altro? Che mi dici? Portava la bandana?“ “Sì una grande bandana… si sta facendo crescere i capelli ha detto. Sudava un casino. Sembra la versione intellettuale del cantante dei Blind Melon” “Shannon Hoon?” “Si” “Ma Shannon Hoon mica porta la bandana!” “Se è per questo è pure più figo” “😄” “😝”. “Ma vi ha letto qualche cosa?” “Si, per circa mezz’ora…” “Ed è stato molto terrificante? Voglio dire, tu c’hai capito qualosa?” “Guarda che è stato grandioso… ma nella parte delle domande e risposte è stato più divertente. E’ serio ma è un tipo in gamba davvero“. “Perché? Cos'è successo?”. “Okey, allora, per esempio, uhm… c'era un ragazzo… e gli fa questa bella domanda su “che effetto fa sapere che fra i tuoi coetanei e per un sacco di lettori più giovani, tu sei un po’ un mito, e se ne sei consapevole, e che effetto fa esserne consapevole se lo sei eccetera”, e tra il pubblico c'è stato un mormorio come dire: Giusto, bella domanda, e allora lui, David, ha detto una cosa del tipo: “Non lo so se ne sono consapevole, ma sono un po’ scettico su tutta questa concezione… e poi ha parlato di DeLillo e Thom Pynchon e di come c'era questa specie di amore-odio totale per loro quando la sua generazione faceva l’ università, e delle inimicizie tra i fan di Capote e quelli di Kerouac prima… e di come queste situazioni siano un po’ rock, almeno nella misura dell’inutile rivalità tra gli Stones e i Beatles… è stato divertente, davvero, bella testa!”. “E il libro te lo sei fatto firmare?” “Ah, no, scusa… c'era una fila e non finiva più… avevo un impegno e quindi sono andata via… e in ogni caso sarebbe stato troppo strano… cioè, andavo lì e gli dicevo? Ciao sono la cugina di un ragazzo italiano che non è potuto venire, non ho mai letto nulla di tuo ma per piacere mi firmi questo… mi sono sentita un’imbrogliona, una crocerossina fuori luogo, mi sono vergognata insomma… ma ti ho preso una copia eh…”.
“Ma che me ne faccio ora di una copia in originale senza autografo quando già posseggo la versione in italiano senza autografo?” me lo tenni per me. Ci sono altre cose insolite in questa storia, però: 1) Un lettore italiano di poco più di 2O anni che vuole per sé l'autografo di uno scrittore vivente scoperto quasi per un puro caso tra un disco degli AFI e uno dei Type O Negative 2) Un gran numero di persone che si va a suppare un tizio americano che presenta una ristampa dopo una manciata di libri dai titoli volutamente antipatici (Una Cosa Divertente Che Non Farò Mai Più, Brevi Interviste Con Uomini Schifosi, Il Rap Spiegato Ai Bianchi) e un monolite di oltre 13OO pagine fatto di trame, sottotrame e note a piè di pagina chiamato Infinite Jest che qualcuno ha definito il suo capolavoro. 3) Un gran numero di canadesi, che nella mia testa immagino freddini e austeri come Leonard Cohen, che emette mormorii di approvazione quando qualcuno lascia intendere che uno solo fra loro è straordinariamente intelligente, pieno di talento e spiritoso 4) Una cugina lasciata con un CD di Natalie Imbruglia che, in mezzo a questo pubblico, si trova a pensare al cantante dei Blind Melon e fare a sua volta mormorii d’approvazione. 5) Un gruppetto di intellettuali che, assai propabilmente nascosti tra i presenti nell’aspetto di altri scrittori e aspiranti tali, tollera qualcuno con una bandana in pubblico senza che sia Little Steven.
La spiegazione delle suddette stranezze è che David Foster Wallace godeva di un grande e insolito affetto da parte di molti fra coloro che costituiscono quella che viene chiamata educatamente “la cricca dei lettori”. Come spiegarlo? Non è solo il fatto che Wallace producesse della buona narrativa - ovvio è così, ma in un certo senso questo è un aspetto marginale. E non è nemmeno il fatto che fosse divertente e innovativo e geniale nel riuscire a rendere attraente diverse cose notoriamente stracciapalle come i numeri o la noia (leggetevi il bellissimo Il Re Pallido) e dotato in maniera leggendaria dei vari strumenti di cui bisogna un romanziere per fare il proprio lavoro (empatia, intuito, perspicacia, abilità di connessione, aver-letto-tutto-quel-che-esiste-sulla-faccia-della-terra). Non ha poi molta importanza cosa facesse - se scrivesse un reportage sulla campagna elettorale di un senatore, oppure un libro sull’idea d’infinito nella matematica, o un articolo sulle navi da crociera, o sull'uso del linguaggio al giorno d’oggi, o sul tennis, o le storie di molta gente che non esiste affatto, e che fa cose che non sono successe davvero. La narrativa era una delle varie cose che David Foster Wallace faceva con il cervello, senza timore di mescolare quello che gli americani chiamano highbrow e lowbrow, la cultura alta e quella popolare, o di essere divertentissimo e serissimo nel giro di due pagine, ma i suoi fan hanno imparato da subito a tenere d'occhio attentamente tutto quello che produceva - che fosse un saggio, un'introduzione, metà conferenza o perfino un'intervista in radio, proprio come di solito si fa con le “rockstar”. Perché quando una voce è tanto voluminosa, la si vuole sentire in qualsiasi forma.
David Foster Wallace era un'intelligenza generosa - ed è a questo che volevo arrivare in fondo. E su di me fa un effetto che Capote non è mai riuscito a fare. Né DeLillo. Mentre David mi fornisce tutte le informazioni di cui ho bisogno, con tutta la precisione che mi serve per capire come stanno le cose, di cosa è fatta la nostra modernità e, nel mentre, riesce comunque ad aver una risonanza tale da ricondurmi a me stesso. Ricondurmi alla mia vita vissuta, alle mie esperienze affettive più autentiche, alle mie paure, e al mio singolare (ma, senza ombre di dubbio, condiviso) destino. E d'altra parte, ciascuno troverà o ha già trovato un proprio modo di leggerlo, non c'è dubbio. E’ in questo senso che Wallace è a tutti gli effetti uno scrittore di culto, come Erlend Loe o Azar Nafisi, oppure Wers Anderson e David Lynch nel cinema: sembra che stia parlando soltanto a voi. Se ve ne ho parlato attraverso un aneddoto è perché, se in parte è difficile scindere le persone che non ci sono più dai ricordi che ce li hanno fermati nella memoria, se devo esser onesto, è anche perché Wallace è il genere di scrittore di cui si preferisce non parlare o scrivere; in questo senso mi ricorda Charms. Quando si cerca di dire qualcosa di più riguardo a Charms mi pare sempre di vedere da qualche parte, con l'occhio della mente, Daniil stesso che fa smorfie. Wallace era un grande produttore di smorfie e in modo particolare i suoi saggi ne sono ancora pieni: verso la crudeltà, la vanità, la prepotenza emotiva e, più di ogni altra cosa, della volgarità intellettuale degli uomini. Forse è poi per tutto questo che, dietro la timidezza dello sguardo, la spiccata rapidità nell’incontro dialettico (”Una spiegazione lunghissima per una domanda innocua”, ironizzava in un’intervista) o la lettura illuminante di ogni fottuto avvenimento, provava un dolore al quale non ha saputo resistere.
David Foster Wallace si è tolto la vita impiccandosi nella sua casa di Claremont, in California, dieci anni fa, il 12 settembre del 2OO8. Aveva compiuto 46 anni, e specie negli ultimi tempi, aveva dato a tutti l'impressione di essersi liberato dai demoni che lo tormentavano fino da quando era bambino, e di avere trovato la serenità, se non addirittura la felicità con la moglie, che era solito chiamare con nome e cognome: Karen Green. Non per vezzo, ma come elemento rivelatorio di sé, del suo carattere e anche del suo sguardo sull'esistenza: in quel modo di rivolgersi per esteso alla donna amata, c'era di certo un misto di ironia e affetto, ma anche, soprattutto, l'esigenza di comprendere e definire con minima precisione ogni elemento dell'esistenza, anche il più intimo. Non una Karen a caso, Karen Green. Quando venne ospite delle Conversazioni Letterarie, nel 2OO6, a Capri, la sera catturò un'enorme cavalletta che aveva fatto fuggire gli altri scrittori inorriditi e gliela regalò. Come si fa a non voler bene a uno così? -
quoque too.

Dopo mesi di Argentiade (potere alle donne, mi hanno molestata in Italia, sono stata vittima anche di Weinstein, non fatemi fare altri nomi, anzi forse li faccio, il mio papà era all’oscuro di tutto, anzi forse qualcosa sospettava, ho rischiato di ammazzarmi, non ho mai pensato al suicidio, fatemi dare voce a tutte le donne, molte donne ora vorrebbero linciarmi), abbiamo appreso che Asia Argento, di professione Asia Argento con l'hobby dell'autodistruzione da fidanzati scoppiati e film sbagliati, è viva e vegeta e lotta a suon di messaggini screenshottati dal telefonino contro un’accusa di violenza carnale nei confronti di un minorenne di cui ora non ricordo il nome: perdendo, figuratevi un po’, anche quella sedia di giudice di X-Factor che aveva ottenuto da testimonial contro (o pro, ora sono confuso) le violenze sessuali nel mondo dello spettacolo.
APPUNTAMENTO A ROMA. Va per associazioni e infila spiegazioni a mitraglia come il compianto compagno Morgan, sprona adolescenti, non avevamo dubbi a riguardo (no, non per quel motivo, che avete capito, perché è un’adolescente inside), gioca col pubblico e con le telecamere: l'appuntamento è stato a Roma lo scorso aprile al Parco della Musica, di quello di Milano a maggio non ci sono testimonianze verificabili, new entry di X-Factor 2O18 (dopo avere gironzolato in vari bandcamp, a dire il vero), trasmissione ormai stranota scissa fra corrida, spettacolo di rivista e forse musica, perché le insidie dello showbiz si superano tentando la fortuna con pochi mezzi mica col sacrificio e la dedizione, sia mai del talento, se no non c'è gusto; insieme a una pletora di sponsor sì, e partner, testimonial, e patrocini che non avete idea. Che poi sono quelli che pagano quel contratto-truffa del vincitore - e non occorre un genio capire che se i soldi li mette Panorama (il supermercato) o la Lindt (quella del cioccolato) o Intesa San Paolo (la banca) non è proprio come se li esce Dr. Dre di tasca sua.
PUZZA DI TROVATA MEDIATICA. Il progetto “Più Asia Per Tutti” partiva quasi di sicuro de un'idea stupenda nella sua mediocrità: qual’è il nome femminile sulla bocca di tutti? E così hanno convocato, nelle vesti di “giudice speciale”, la qualunque-cosa-sia (attrice? regista? ex di Morgan?) come tratto d’unione più verosimile tra figa (con buona pace della Mara Maionchi), musica o quel che è e volto riconoscibile da tutti, per via dell’esposizione dei mesi scorsi. Ora, quelli del progetto “Più Asia Per Tutti” saranno di sicuro dei bravi ragazzi, sempre tesi alla svolta autoriale che li faccia salpare verso soluzioni levorative più elevate di X-Factor, gli avranno chiesto un nome ad hoc e gli hanno dato un nome ad hoc per quelle esigenze, ma la faccenda puzza da subito un po’ tanto di trovata mediatica: i giornali ne parlano a raffica, i valori, i buoni sentimenti, la morale, la carriera affrontata senza scorciatoie, l’impegno sul campo e gli sponsor se ne gongolano, e tutte le parti chiamate in causa sono contente. A cominciare dalla stessa Asia Argento, ma non gliene facciamo certo una colpa, che per quel che ne sappiano negli ultimi tempi ha lavorato poco e nulla, e comunque con poca, pochissima visibilità (lo spettacolo teatrale su Rosalind Franklin, un videoclip, poco altro) e altrettanto mantenimento della commerciabilità (Ballando con le Stelle, Amore Criminale) rispetto a un X-Factor.
DENUNCIA O AUTOCELEBRAZIONE? Ma nemmeno la sua cacciata profuma di fiori di campo. Resta il sottile confine tra la presa di posizione reale e mera convenienza, rimane pure un fastidioso sospetto sul crinale tra la denuncia e l’autocelebrazione, e, con essa, l’esaltazione di un format tv che ha veramente poco per cui fare la morale (e dove la bellezza effimera trova spazio laddove le reali capacità lasciano molto a desiderare, vedi le Donatella qualche tempo fa).
Che X Factor ci marci in lungo e in largo, tanto sui successi quanto sui misfatti, oramai lo han capito pure i sassi: un giorno sì e l’altro pure cerca la copertina, col titolo che strilla il prossimo incommentabile giudice, il nuovo e inspiegabile astro nascente, il prevedibile scandalo (chi ha detto Morgan?), le accuse e il gossip, e intanto siamo sempre qua, da dodici anni, a irradiare “messaggi” sulla scena musicale nostrana che, forse, proprio proprio edificanti non sono: invece di trasmettere la fatica dell’impegno per raggiungere un pubblico mainstream, a testa bassa e alle prese coi propri demoni, che tu sia Calcutta o Tiziano Ferro, lì si da in pasto al chiacchiericcio puerulo di Tweeter, alla messaggistica loffia di Facebook, al televoto, suggerendo che il “personaggio” (buono come Mengoni o maledetto come Damiano David) prima dell’artista può essere la chiave di volta della tua fortuna, a patto di saperla vendere attraverso l’armata di sarti, make-up artist, coreografi e registi di X Factor che ti diranno come essere.Ammetterete che l’idea di autori del genere messi a bacchettare Asia per una storia dubbia, poco chiara, di sicuro irrisolta e comunque mai finita a processo, fa un po’ sorridere e un po’ rabbrividire.
ESPERTA DI COSA? La verità, più prosaicamente, e che Asia Argento non mi è mai sembrata la persona più adatta per gestire lucidamente questo groviglio di significati. Certo è che ami la musica ma direi più con un’attitudine alla Jane Birkin piuttosto che con un talento alla PJ Harvey. Ha molti amici musicisti e, lo abbiamo detto, è stata compagna di Morgan, ma questo fa di lei una musicista? Non dieri, visti i pessimi risultati avuti fino dalla comparsata del 2OO2 nei Trash Palace, progetto nato morto del dj Dimitri Tikovoi. Ascoltandola è certo che il divertissement supera l’urgenza e che il dirtimento va presto diminuendo, e tra grottesco e sublime a lei il primo viene meglio, molto meglio. Quindi mi chiedo se, ricalibrando il target, spostandolo dai distratti lettori di gossip da ombrellone a le platee di giovani ricettivi, sia pronto a bersi l'esperienza dell’esperta, che esperta lo è di sicuro, ma in cosa, in quale dimensione? Musicale non di certo. E’ proprio la scelta giusta, ricorrere a chi, per taciuta ma palese ammissione, non avrebbe probabilmente registrato mai un vocalizzo se non fosse l’amica o l’amata di questo piuttosto che di quello, per insegnare ad altri come costuirsi una carriera? Davvero per evitare il peccato bisogna prima conoscerlo?
MORALE RISCHIOSA. Questo non è per forza detto. Sappiamo, però, che il messaggio espresso, “possiamo giudicare ma non essere giudicati”, è molto paraculo, che il sottotesto “è stata allontanata per quello che (forse) ha fatto, non perché è una capra” lo è forse ancora di più (oltre a essere mortalmente scorretto), e che la morale “non fate ciò che fanno gli altri, fate come facciamo noi” è assai rischiosa e, con tutti quegli scivoloni accumulati di anno in anno, anche discretamente ipocrita. Certo, è storia vecchia che Lucignolo nelle sue mille crontraddizioni è assai attraente, su questo non c’è storia. Peccato solo che Lucignolo ti porta nel Paese dei Balocchi che poi tanto balocchi non sono. E così è anche per l’incorregibile staff di autori di X Factor, che come sostituta della peccatrice Asia chi hanno scelto? Pare Nina Zilli, un altro monito vivente di come la musica non dovrebbe essere vista, vee-jay e spalla di Red Ronnie con tutto quello che può significare, strumentalizzazione deambulante del r’n’b che fu della pora Amy Winehouse, perenne prezzemolina in kermesse canore che vi lascio immaginare, fashion blogger di ripiego perché oramai quelli che non sanno fare cantano e quelli che nemmeno quello fanno i fashion blogger, ha sempre giocato più sull’estetica delle cofane, degli chignon, dei vestiti a fiori, dei pois e dei planteu che su una canzone che sia veramente memorabile, ma come se stesse rivoluzionando le cose, quindi invece di modernizzare l’italia l’ha solo rimandata indietro di sessant’anni. Bell’acchiappo, non c’è che dire! -
Di rado mi sveglio con entusiasmo. Preferirei dormire. Negli ultimi mesi prendo sonno con fatica e per farlo mi avvolgo in un quantitativo imprecisato di puntate di serie tv che assai difficilmente vedrò una seconda volta. Quando non hanno l’effetto desiderato, allungo la mano su una pila di libri e riviste a lato del letto e incomincio a leggere. Spesso non chiudo occhio per tre o quattro ore dopo che tutti sono andati a letto. Mi addormento e dopo tre o quattro ore sono di nuovo sveglio; faccio quello che qualcuno chiama “testacoda”, ovvero rialzarsi quando dei benefici del sonno si è goduto poco o nulla. La sveglia suona ma la metto a tacere due o tre volte. Alla fine sono comunque costretto a darle retta e spesso ho già i nervi. Per giunta, da qualche tempo, appena butto i piedi sul pavimento della mia stanza, mentalmente i guai della giornata mi si presentano all’istante. Non un granché, me ne rendo conto, ma corroborati da quelli della vita che in genere sono più difficili da mandar giù. Per riottenere la mia consueta faccia da John Balance, scelgo quella che sarà la t-shirt che indosserò (operazione che stranamente mi rilassa) e penso a James Brown. Sfoglio le magliette piegate in ordine e per colore, aggiustando con le dita il cotone a volte stropicciato ora su una maglia dei Bad Brains ora degli Om. James mi accompagna. Quella voce strozzata, quell’interpretazione fuori da ogni paragone, degna del più classico mimetismo da actor’s studio, sotto l’immancabile ciuffo impomatato e completini impeccabili nei balletti improponibili che ridefiniscono da soli il concetto stesso di coolness. Origine campagnole, aspirazioni metropolitane. Da moquette rossa e suite al Holiday Inn di Memphis. L’emblema del riscatto sociale per milioni di persone, lui che da bambino raccoglieva cotone e lustrava scarpe ai bianchi e grazie al gospel, allo swing e al soul ne divenne un Re. Finito alla Rai nel 1971, a Teatro 1O, con due batterie sul palco nemmeno suonasse coi Melvins come nei film di Rocky. Perfezionista ossessivo, passò attraverso l’alcool e le droghe, e venne ricoverato per punizioni che si autoinfliggeva (digiuni, soprattutto). Nato sotto il segno del Toro, soprannominato Mr. Dinamite, col suo carattere irrascible sfociava spesso in scatti d’ira che sono passati alla storia, confusi con altrettante leggende. Pare si presentasse armato a tutti gli appuntamenti, dove per armato si intende di un fucile, ma soprattutto poteva ingaggiare vere e proprie scazzottate per niente: un assolo sbagliato, una richiesta di denaro, una precedenza. Tirava cazzotti urlando le proprie ragioni, poi si nascondeva nella sala prove e trasformava tutta la sua avversione verso il mondo in estro, creando il suo famoso stile. Magari cantava bombe come Out of Sight o The Night Train e lasciava il mondo intero inerme, a lapparsi le nocche ferite ma mai quanto lui. Sono pensieri che ti aiutano ad affrontare la vita mentre fai finta che una maglietta dei Beastie Boys o di Lydia Lunch potrebbe servirti a svoltare la giornata. Ma l’esercizio più ultile, quando l’orologio indica le 8 e O5, sei sveglio già da un’ora e niente sembra essere ancora migliorato, è pensare a Please Please Please. L’inno allo struggimento definitivo. Chitarra, basso e batteria in scioltezza e il Padrino del Soul che ci appoggia sopra la sua (infinita) supplica affinché lei torni. Diciamocelo subito, a conti fatti Please Please Please è una canzone d’amore come altre. Lei se ne andata, lui si sente solo come un cane, ha una faccia che nemmeno un’omelette di asparagi, tocca quindi quanto meno buttarsi in ginocchio per auspicare a un ripensamento dell’amata. Insomma, sono messe in campo tutte quelle variabili che distanziano l’ipotetico racconto disneysiano dal suo lieto fine. Un po’ come metà delle canzoni di Laura Pausini che però, spero sarete d’accordo, a sentirle al risveglio sarebbero un invito al suicidio; con quegli svolazzi di sfiga adolescenziale con trent’anni di ritardo che poi te se te li ritrovi nella vita di tutti i giorni, nella realtà, sarebbe veramente grave e mi auguro per lei che le sue siano solo “bugie a fin di bene” altrimenti rischirebbe il ricovero in una clinica a ogni singolo. Comunque con James tutto il discorso cambia e mi ripasso Please Please Please mentre abbino magliette chiare a pantaloni scuri o viceversa. Due minuti e quarantanove che venivano dilatati a oltre sei nelle esibizioni dal vivo o inclusi in medley memorabili come quello del Live at the Apollo, album di una bellezza tale che spero non occora spiegare. Ma James a Please Please Please ci arrivò nel 1956 quando non era ancora il Re di nulla, fuori dal gioco lucroso degli album e/o dei singoli al primo posto in classifica che arriverà solo cinque anni dopo, ma carico di speranze e frustrazione. Da qui il senso della canzone oltre il senso stretto della canzone. La leggenda narra di un giovanissimo James Brown intento a provarla dentro lo studio di registrazione della sua prima etichetta mentre il produttore Ralph Bass lo ascolta in estasi. Bussano alla porta ed entra Syd Nathan, boss e fondatore della King Records. Si infila subito un paio di cuffie per capire quanto gli potrà fruttare questo marmocchio nero con un diavolo per capello. Ascolta un po’ e al quattordicesimo “Ti prego” in un solo minuto lancia le cuffie per aria e sbotta a Ralph: “Questa non è una canzone! Dove sono le strofe? Dov’è il ritornello?”. Allora il buon Ralph Bass abbassa il volume dalle cuffie, abbassa le tendine nel vetro che separa la cabina di regia dallo studio per non disturbare la band che suona, abbassa la voce e sorridente gli risponde: “Qui non conta la canzone”. Aveva ragione. Cazzo se ne aveva. E’ il mantra struggente dei Please ripetuti come se si fosse persa la ragione a farla da padrone. Grazie a quella superba interpretazione di James, il cantato (se così si può dire) diventa un miscuglio tra litania eucaristica e la supplica dell’ubriaco, e il senso, il senso reale del brano per quello che è passa in secondo piano. Ti prego cosa? Tutto! Ti prego fammi conquistare la donna amata sì, ma ti prego fammi arrivare a fine mese, ti prego dai un po’ di stabilità alla mia famiglia, ti prego fammi avere i soldi per pagare le bollette, ti prego fai guarire mio zio, ti prego non fare morire più i miei amici, ti prego cura la mia mente. Ti prego, sono arrivato al limite, non ce la faccio più. Venne deciso che piano e fiati rimanessero in secondo piano rispetto al gioco di voci tra coro e James. Scelta giusta che non lo buttò affatto nel panico come avrebbe fatto con molti altri. Nella voce di James Joseph Brown non c’è un solo tentennamento: è quello che prova, è quello che sente, non potrebbe venirgli più facile. E così oltre alla favolosa registrazione riuscì a mettere su una delle performance più estenuanti e coinvolgenti della storia della musica. Al corista e amico di una vita Bobby Byrd venne dato così un incarico mai stato dato prima a nessuno sopra un palco. Durante l’esecuzione di Please Please Please, oltre a cantare, doveva, come dire, sostenere psicologicamente (anche fisicamente, come si può vedere) un esausta James Brown che sta per cedere sotto i colpi dello struggimento, sta per buttare la spugna, ma alla fine si rialza, ritrova il fiato e scalcia, e cosa fa? Ricomincia di nuovo a pregare. Perché non gli resta altro. L’ultimo rifugio di chi non ha più nulla. Non si è mai visto nulla di simile. Bob che gli da dei colpetti sulle spalle mentre gli fa coraggio a suon di “No” e di “Go” per completare i suoi Honey, please don’t interrotti dal troppo dolore. Pure Syd Nathan sarà costretto a ricredersi ammettendo che “quello che era poco convincente in studio dal vivo diventava ottimo”. Potere della catarsi. Potere di tutta la personalità di James Brown, del suono di James Brown, del feeling di James Brown, della potenza scenica di James Brown. Sorge persino spontaneo chiedersi cosa avessero di tanto più interessante gli isterismi della Beatlemania che si sarebbe scatenata due anni dopo e avrebbe travolto anche lui come un fiume in piena. Quindi io afferro una maglietta dei Damned e penso a James, che urla come trafitto da mille frecce ma non cede per sei lunghi minuti e continua a pregare. Per cosa? Un po’ di amore? Un po’ di serenità? Pensate a ciò di cui avete più bisogno, e provate ad affrontare una nuova giornata.
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Bologna.

Da più di vent’anni ho amici che vivono a Bologna. E da vent’anni sono sempre stato uno di quelli che “fortunato te che vivi a Bologna”. Sarà che quand’ero al liceo e poi all’università qualcuno ha detto pure a me che Bologna è la Londra italiana, ci sono rimasto sotto. Le prime volte non badavo neanche alle risposte che mi venivano date. Poi iniziai a notare dei sospirosi “eh già” e infine, quando ai party selvaggi si sono sostituite le cene a casa, ho incominciato a chiedere a bruciapelo: spiegami, perché Bologna continua a piacere così tanto! Qualcuno, sorpreso, mette assieme qualche motivazione, mentre continua a imboccare un marmocchio o trascina il cane giù dal divano: perché è pieno di belle ragazze, è la versione dei perenni latin-lover; perché c’è gente che sa vivere, è la versione dei nottambuli; perché ci sono i portici e si può uscire anche quando piove, è la versione degli urbanisti. Qualcuno, più impegnato, mi dice: perché è una città a misura d’uomo. Qualcuno, più onesto con se stesso, mi dice: perché vengo da Pescarolo.
A pensarci, anche Padova è a misura d’uomo e anche a Modena si mangia un gran bene, anche i romagnoli sanno decisamente come vivere, e pure Treviso ha i suoi portici sotto cui passeggiare, e le ragazze di Macerata o di Livorno mi pare che non abbiano nulla da invidiare alle bolognesi - tra l’altro difficilissime da scovare tra migliaia di universitarie fuori-sede. Capitolo a parte meriterebbe poi tutto il sud dell’Italia in blocco.
Nessuna di queste città, tuttavia, raccoglie il plebiscito di simpatia che tocca a Bologna. E questo mi sembra il primo dato su cui riflettere. Una spiagazione è forse, per così dire, di natura logistica: “importante snodo ferroviario”, come si impara a scuola, per Bologna passa più gente che per le altre città e quindi ci sono più ricordi e anche più leggende. Ci sono quelli che hanno fatto il servizio militare lì, nel terzo artiglieria, quelli che c’hanno incontrato l’esperissima Isotta, quelli che c’hanno iniziato il Dams e hanno finito per baraccare alle feste degli universitari fino a trent’anni, quelli che ci sono andati per un concerto al Covo ma hanno tamponato in via Stalingrado e sono finiti al Freakout (e vi assicuro che sono due esperienze totalmente diverse), quelli che hanno assistito al live dei Mr. Bungle all’Estragon nel 1996 “senza sapere che ci fosse Mike Patton”, quelli che hanno perso la coincidenza per Venezia Mestre, o che hanno fatto una sosta obbligata perché salire verso il nord è un’anabasi estenuante e una trattoria bolognese è un buon modo per sopravvivere e per rimanere ancorati alla genuinità prima di soccombere nei ritmi industriali. Poi ci sono le parole, o meglio parole-simbolo che alimentano miti godereccio-gastronomici: “tortellini” suona dieci volte di più allegro di risotto allo zafferano o fonduta o abbacchio e anche “lambrusco”, per quanto sia uno dei vini a più alto rischio-sbratto che ci siano in giro, è una parola più allegra e musicale di chianti o nero d’avola. Lo senti e immagini già una tavolata in taverna con Guccini, Dalla e Vecchioni che cantano Porta Romana.
Allora perché non vivo a Bologna? La prima risposta che mi viene è questa: perché dove vivo in poco più di tre anni sono riuscito a crearmi un microcosmo di affetti e abitudini, mi sono creato un bozzolo e mi ci trovo bene dentro. Tante volte, anche per motivi lavorativi, mi sono chiesto se, potendo trasferire questo bozzolo, andrei a vivere a Bologna ma finisco sempre per dirmi che se fossi in grado di andare là, probabilmente potrei vivere indifferentemente a New York, a Sydndey o a Parigi. E se approfondisco la mia riflessione, concludo che tutto sommato questo bozzolo preferisco tenerlo dove sta. Perché? Un po’ perché mi sono affezionato ai portici della mia città, più affettuosi, più casalinghi dei larghi splendidi portici di Bologna e un po’ perché mi inquieta tantissimo una cosa: se tolgo quelle mie amicizie bolognesi da vent’anni, conosco ragazzi che in cinque anni di Bologna hanno stretto rapporti con tre persone in croce. Perché se è la Londra italiana (forse) per i pregi, lo è (senza dubbi) anche per i difetti; magari non per lo smog ma sicuramente per i rapporti mordi e fuggi. Ci sono ragazze/i che si sono fatti “½ città” da così tanti anni che a quest’ora Bologna dovrebbe avere 6OO mila abitanti. Ci sono occasioni in cui vai a una serata e incontri un tuo amico di Catania ma non incontri gli amici di Bologna. Sono anni che passo per la piazza sotto casa di un’amica: non ci siamo mai incontrati per puro caso, mentre una volta ho incrociato Michael Amott dei Carcass in via Rizzoli. C’è una tradizione che preme sulla città ed è una tradizione campagnola, quella saggia, che raccoglie raffinati e semplici, cattolici e comunisti, che nel corso degli anni, si è evoluta, si è educata e alla fine si è assuefatta alle civetterie, sotto gli occhi di tutti.
Se arrivi da fuori, dopo pochi passi percorribili a piedi o con i mezzi pubblici in costante movimento di giorno e notte, puoi rimanere meravigliato dalle vecchie stradette del centro storico dove è difficile trovare altrove un’operazione così meticolosa di restauro cittadino; puoi sorprenderti dell’umanità delle piazze nel rione della Bolognina, puoi lasciare il cuore sul menù dell’Orsa, o nella granita al pistacchio di via Mascarella e nel vicino Modo (definirla libreria è riduttivo); ma se ci nuoti un po’ puoi restare sorpreso di quanti bolognesi siano solo meri osservatori per poi postare foto e commenti su Facebook a mò di Tripadvisor o giornalino d’istituto mentre puliscono le loro Vans per il prossimo concerto dove “bisogna esserci”. Ecco, Bologna è la città-orgia degli eventi ai quali bisogna presenziare: la mostra dedicata a Bowie, il concerto dei Converge e almeno 1O concerti l’anno come quello dei Convege, un tempo il Decadence ora il College Party (stesso posto, livello culturale anche), il Bilbolbul, l’I-Days, il Biografilm, le serate al Cassero, eccetera.
Un tempo si diceva “Bologna è la città-vetrina dei comunisti”. Certamente, una città-test dove i comunisti hanno sfoderato una certa efficienza accompagnata da una buona dose di fortuna dettata dal contesto: a Milano o a Torino penso che i comunisti non sarebbero riusciti a fare nessuna vetrina. Peccato che a furia di allestire questa ventrina abbiano finito per confondersi con i manichini. Tant’è che adesso mentre a Faenza puoi trovare locali che non servono Coca Cola come gesto politico e altrove che reinvestono parte dei guadagni invernali in eventi gratuiti estivi (concept usato in verità da 11 anni dallo Zoo di Bologna con l’Handmade, che però non si svolge a Bologna ma vicino Reggio) Bologna sembra sempre più “la settimana di qualcosa” in formato mignon, dove uno spritz che costa meno di 5€ è sempre più difficile da trovare - persino in posti storicamente “contro”, come il TPO. Una forma di sottile infighettimento a me profondamente sgradita. Allora mi accorgo di essere affezionato più all’idea (accumulata negli anni) che ho di questa città che a come realmente è. -
a grande richiesta.

“Tu mi dici cosa devo fare, e io lo faccio”
(Pino e gli Anticorpi)
Ci sono delle scelte durante la carriera di un artista che segnano spartiacque profondi fra i fan della prima ora e chi si è accodato dopo. Le peculiarità assai curiose che dividono queste due variabili della stessa specie sono sotto analisi costante da parte di appassionati e oggetto di appassionanti compendi che, a seconda dell’autore, cercando di giustificare o demolire l’opinabile decisione di turno. I costumi da mare firmati Iron Maiden, Luigi Tenco a Sanremo, Bono Vox in Vaticano, persino la senile abbuffata Rai di Baglioni, ci si è sempre dibattuti per spiegare le convulse dinamiche che determinano la convivenza forzata fra fan apparentemente appartenenti a due universi paralleli. Chi apprezza/accetta e chi no. Prima e dopo. I Metallica dopo One, i Subsonica prima di Sanremo, i Sex Pistols dopo Glen Matlock, eccetera. Eppure restano zone d’ombra ancora ignote. Su una oggi vorrei declinare il nostro riflettere. Mi si perdonerà se sono costretto l’ennesima volta a pormi come indagatore delle nuove generazioni, ma la mia anzianità mi pone ancora una volta all’interno di quella categoria che, in questo caso, nota differenze e (si) pone delle domande. E la domanda che mi attanaglia, soprattutto visto il crescente dilagare del fenomeno senza avere ancora una risposta valida o almeno plausibile, è: perché bisogna far scegliere ai fan i brani di una scaletta? La scienza ancora non ha saputo trovare risposta e la scienza dei social limita il tutto alla sol(it)a ricerca di “views” del evento in questione. Con mere accuse di laido arrivismo e squallido pressappochismo, il cammino di centinaia di fan della vecchia guardia è stato più volte bruscamente interrotto davanti a queste concessioni. Dal canto loro, gli artisti spesso fanno spallucce; scaricando barile su promoter fantasiosi ed etichettando tutto come trovate goliardiche che nulla hanno a che fare con l’intonza levatura della loro proposta musicale. Ma solo teorie si rincorrono nel tentativo di trovare il vero. Su tutto un solo dato di fatto: ciò che prima era prassi a esclusivo appannaggio di band-pop-svenevole per giovanissime lettrici di Cioé, robetta alla Take That o alla Lunapop, adesso copre i sogni bagnati di un target che si definisce (alla bisogna) di qualità. Così a scegliere uno o più brani della scaletta di un live, di solito per mezzo di sondaggi su Facebook e Co, sono gli estimatori sì di Laura Pausini, Jovanotti e Ligabue, ma anche quelli di Calcutta, ma pure dei Pearl Jam e di Harry Styles, e dei Metallica, dei Muse, degli Smashing Pumpkins, ma anche di Bologna Violenta, dei Napalm Death… In una visione un po’ troppo di scuola Lester Bangs, quelli come me si immagino setlist coi baffi, fatti di ampie parentesi dedicate a b-side, magari qualche rivisitazione con inattesi riferimenti a un background soltanto supposto o sentito in qualche intervista. Abbastanza improbabile, perlomeno per la qualità media della gente messa a votare che, del tutto a secco di concetti quali “lato A/B” e “ outtakes”, urgerebbe in primis di una ripassata al dizionario musicale tutto. Quelli hi-tech ipotizzano invece che la formazione del corpus concertistico su prenotazione permetta la creazione di un gratest hits sicuro, pratico e amabile da tutti. Ma si capisce da subito che, al di là dei chiamati a votare, esiste una struttura dal profondo, una sorta di “deep state” dell’intera faccenda, in grado di controllare la volontà pubblica, in modo da manipolare l’elettorato e di conseguenza l’esito finale. In che modo è presto detto: la selezione della rosa dei “candidati” avrà in sé il compito di depennare quello che non si vuole inserire nello show, componendo una minuta rosa di brani che ogni volta predilige il noto, il commerciale e il pop, oltre ovviamente al materiale del disco che si sta promuovendo. Alcuni indicano come colpevoli di questa pagliacciata le case discografiche mentre i malevoli, che non riescono a comprendere il fascino del rapporto artista-setlist, vedono negli stessi gruppi i segni della noia (e del tempo) che li spingerebbe a portare a casa il massimo risultato col minimo sforzo. Comunque siano messe le cose, i fan di primo pelo di solito esultano in piena euforia da “condivisione”, inebriati da un’altra nuova “esperienza” multi-sensoriale a cui poter accedere. Quelli della vecchia guardia sbuffano, schifati dall’ennesima trovata 2.O che ammazza una serie di emozioni che rappresenta(va)no l’idea stessa di concerto, ossia quel frullato di roba che comprende tra tutte: l’attesa, l’aspettativa, la sorpresa, l’intuizione, la speranza, la meraviglia, il fomento. Gli ultimi che, solo in ordine di tempo, ho visto cadere in questo giochino poco plausibile sono stati gli Zen Circus. In occasione del concerto del prossimo 2 settembre, “chiedono” una scelta tra 3 canzoni (Viva, Catene e L’Anima Non Conta) al proprio pubblico per (si legge) “cantarla a squarciagola in P.zza Duomo in occasione del Settembre / Prato è Spettacolo“. In realtà c’era un precedente, al MiAMI dell’anno scorso, ma in quell’occasione, oltre a evitarci questa nauseante immagine da stadio, l’opzione era tra tutta la discografia del gruppo. Ecco, il punto della questione credo risieda qui. Perché trasformare l’occasione per festeggiare il trio (oggi quartetto) pisano (ma vale per chiunque altro, sia chiaro da qui in poi) per ciò che di buono ha fatto in una macchietta per accontentare la marmaglia? Ora non dico dal primo disco con Teschio ai tamburi (o quello precedente che uscì col nome The Zen) ma un bel tuffo in Doctor Seduction e Vita E Opinioni Di Nello Scarpellini, Gentiluomo (che riprendeva e italianizzava, fin dalla lunghezza del titolo, il sarcasmo del debutto) dovrebbe essere un piacere per chiunque li segue. Così fa certa impressione, ripensare alle recensioni d’epoca che parlavano di “freschezza” per Sailing Song, o di “immediatezza” per Dead In July (un passetto in avanti e uno dietro con la mente solo a scriverlo), mentre ora il pubblico (o buona parte di questo, ammettiamolo) probabilmente non le reggerebbe un minuto. Così come fa una certa impressione pensare che se una cover dei punx finlandesi Eppu Normaali era un'occasione per far festa poco più di sei anni fa, ora una Wild Wild Life dei Talking Heads (e non oso immaginare una Punk Lullaby ) dal repertorio con Mr. Brian Ritchie (chi mai sarà costui?) farebbe cascare dal pero metà di quelli che oggi riempiono i vari sold-out. Esagero? Intanto, per non sapere stare alle regole, io ho votato Fino A Spaccarti Due o Tre Denti e uno mi ha risposto “Smamma troll!”. ‘Fanculo. Altro motivo per cui sarebbe meglio che cosa suonare o no gli artisti se lo scegliessero da soli. Del resto, chi è che aveva detto una volta che la democrazia semplicemente non funziona?
