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  • Uno dei temi preferiti da sempre nel mondo del cinema è -senza ombra di dubbio- l’escapismo. Ovviamente non mi riferisco a quello del celeberrimo Harry Houdini dal quale, francamente, non sono mai stato minimamente attratto. Mi riferisco piuttosto a quello esistenziale contenuto, a titolo d’esempio, nelle locandine qui sopra rappresentate e in tante altre ancora. Già, tante altre. Non a caso questo voleva essere -almeno in origine- un post sul neo-escapismo di Woody Allen; grazie al quale (almeno per chi scrive) con l’ultimo Midnight In Paris ha raggiunto vette oramai impensabili da parte dello psicotico regista newyorkese (a secco da almeno sette anni). Poi, per quegli strani flussi e riflussi che chiamiamo pensare, mi sono ricordato de L’Arte del Sogno di Michel Gondry con Gael García Bernal e Charlotte Gainsbourg ed è stata la fine. La mente mi si è addensata di titoli, attori e scene di film fino a coagularsi. Per poi sciogliersi in una nuova e -forse- più entusiasmante considerazione.

    E’ il cinema escapista immacolato? Esiste un modo ‘giusto’ e uno ‘sbagliato’ di trattare l’argomento? Credo occorra fare un paio di esempi. Tony Manero di Pablo Larrain è escapismo d’eccellenza. La possibile ilarità si ferma al titolo: è gelido, spietato, cinico, tagliente escapismo non per scelta, ma per necessità. E’ insomma veramente un gran bel film. Nonostante una fotografia piuttosto trash, decisamente cupa e di sicuro alienante. Proprio come la forzata incomunicabilità del Cile di Pinochet che fa da sfondo del resto. Invece in molti, specie tra i più giovani, si ritroveranno maggiormente in quella voglia di andar via di pellicole che con la Santiago del 1978 non hanno nulla a che spartire. Mi vengono in mente Ken Park di Larry Clark oppure Mysterious Skin di Gregg Araki; fotografia quasi fumettistica, personaggi spudoratamente ammiccanti e iconografici, a discapito di trame claudicanti fatte di vecchi cliché con una sessualità-discount.

    Di certo, e non sono solo io a dirlo, anche Salvatores è uno che di escapismo ne sa qualcosa, e lo da a vedere in media ogni due anni, tra Happy Family, Denti, Nirvana e Mediterraneo ha girato qualsiasi cosa potesse rappresentare la necessità di viaggio nel suo significato più amplio. Ma anche Andrew Niccol con quell’americanata di In Time fa correre a destra e a manca Justin Timberlake (ma non faceva il cantante una volta ‘sto ragazzo?) alla ricerca di un proprio sé con i minuti contati. Anche il suo è un escapismo fatto ‘bene’, perché girato ‘bene’, ordinato e pulito, pirotecnico e mai sgualcito, pur con una metrica più vicina a Mission:Impossible che a James Ivory. Quindi forse la conclusione più naturale dovrebbe essere che ciascuno può trovare la via di fuga (e la sua relativa analisi) che meglio crede; non serve necessariamente fare film fatti bene, basta piuttosto avere una storia che funzioni (bene) in relazione al target di pubblico sul quale si vuole fare colpo. Cioè: anche un film formalmente ed artisticamente bruttarello (o semplicemente brutto) può risvegliare la volontà di cambiare drasticamente la propria esistenza in qualcuno di noi, senza bisogno dei lunghi piani sequenza, del bianco e nero, degli interni claustrofobici o del continuo poggiarsi su volti e gesti di un Ingmar Bergman o del meno conosciuto Alain Resnais.

    Sta poi, come sempre, a noi scegliere. Habemus Papam o Super? Tomboy o The Ballad of Genesis and Lady Jane? La masturbazione new age del cazzo di The Three Of Life o la tensione narrativa di Drive? Io metterei sul podio sicuramente Midnight In Paris di Woody Allen. Sognante escapismo di mezza estate. Tenue, come la pioggia parigina amata dal protagonista, ma non per questo frivolo. Da vedere tassativamente in lingua originale (o con i sottotitoli) il film in lizza per gli Oscar narra di una volontà di evadere da una realtà che non è poi così tremebonda ma spesso necessita di un colpo di reni per portarla a un livello che potremmo dire superiore. Realtà che mitighiamo grazie a letture (Scott Fitzgerald…), ascolti (Cole Porter…) e visioni (Salvator Dalì…) che arricchiscono le nostre esistenze e con il quale Allen decide di comunicare direttamente per poi nornare ad affrontare il presente. Non a caso l’Oscar è andato a The Artist di Michel Hazanavicius, escapista anche quello. Ma in un altro verso ancora. Vacuo e presuntuoso. Mero esercizio di stile festivaliero, passatista per moda e privo di ogni necessità che non sia promuovere il talento dei realizzatori e le allegre pippe di chi per 100 minuti vuole (e può) sentirsi ‘Stockhausen’. E il mio ricordo quindi va qui al caro amico Duccio, quando mi disse: “Se vince qualcosa a Cannes o a Hollywood, probabilmente è un buon motivo per non andare a vederlo”.

    Taggato: escapismo woody allen midnight in paris the artist

    Postato su Marzo 13, 2012 with 9 note

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